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Uno sguardo alla storia del biberon

 

 

 

 

data: 05-10-2003

Uno sguardo alla storia del biberon

di: Montinaro Carlo – Primario di Pediatria
Negli ultimi anni si è avuto un interesse sempre crescente per l’antico, con campagne di scavo e recupero di materiali sempre più numeroso. Tra i reperti che hanno suscitato maggiore interesse, dibattiti ed ipotesi c’è un gruppo di manufatti che ultimamente ci si orienta a considerare dei primordiali poppatoi.
Si tratta di recipienti di terracotta o di vetro caratterizzati dalla presenza di caratteristiche comuni quali la forma e la grandezza e la presenza di un foro superiore ( per l’introduzione del liquido) e dalla presenza di un beccuccio con un forellino di diametro minimo (per la emissione del liquido).
Per molto tempo da parte dei ricercatori si sono formulate ipotesi svariate sulla funzione di tali recipienti. Per alcuni ritrattava di contenitori di riserva per l’olio da illuminazione, ma si obiettato che tali oggetti non sono stati mai rinvenuti insieme a lampade ad olio di dimensioni normali; altri hanno ipotizzato che potessero contenere liquidi di uso domestico; solo con il ritrovamento di tali recipienti in un numero elevato e con la constatazione della loro presenza esclusivamente in tombe di bambini molto piccoli si è ipotizzato che potesse trattarsi di poppatoi.
La parola definitiva su di essi è stata pronunziata nel 1989 da Huttmann e collaboratori che, attraverso analisi di cromatografia gassosa e di spettrofotometria, hanno potuto stabilire in modo inconfutabile che il liquido in essi conservato aveva un contenuto in acidi grassi saturi tra i quali il palmitico e lo stearico, caratteristici del latte.
Tra quanti si sono interessati in modo particolare di questi piccoli vasi un posto di rilievo occupa Hilgers che ne ha reperiti 73 in vetro e 72 in terracotta, ora conservati nel British Museum di Londra.
Questi manufatti sono databili tra il II° e I° secolo a. C. e sono stati rinvenuti in varie regioni europee, segno che tale metodica di allattamento era comune a varie popolazioni dell’antichità.
Ben più antichi sono poppatoi ritrovati in scavi effettuati nella valle del fiume Sarno, nelle località comprese tra Striano, Poggiomarino e Sarno, databili addirittura VIII° secolo a. C.
La descrizione effettuata dalla dottoressa M. De Spagnolis di una “brocchetta con beccuccio a biberon” ricalca le linee comuni a questi oggetti: “brocchetta di impasto decorata con piccole linee incise orizzontalmente al di sotto del collo all’altezza della massima espansione della pancia. La bocchetta ha la base leggermente arrotondata, il che la rende poco stabile. Il beccuccio a biberon è piccolo ed ha un foro molto stretto per un passaggio di liquidi molto dosato.
Nelle necropoli campane sono stati rinvenuti numerosi “gutti”, così detti per la peculiarità di lasciare fuoriuscire il liquido goccia a goccia, sia di provenienza attica che italiota risalenti al IV° secolo a.C. Tali poppatoi sono decorati con vari elementi come guerrieri e divinità che avevano forse lo scopo di attirare l’attenzione del bambino, tuttavia il ritrovamento di vasi con immagini galliche o di sesso fa pensare che si trattasse invece di immagini propiziatorie.
Le bocchette rivenute nell’Italia meridionale presentano due tipologie diverse: a corpo alto, probabilmente di origine campana (Capua, Teano, Cuma) e a corpo basso, prodotti più tipici della Apulia (Ruvo, Taranto, Montesannace).
I vasi in vetro hanno origine più recente e erano destinati ad uno strato sociale più elevato dato che la loro fragilità ne rendeva l’uso meno comune e più costoso.
Anche altre civiltà antiche hanno fatto ricorso, come abbiamo accennato, a metodi di allattamento artificiale basati sull’uso di vari tipi di vasi, in tutti sono state comunque riscontrate caratteristiche comuni costituite dal grande foro di ingresso superiore e dal foro più piccolo sul beccuccio di uscita del latte. In alcuni è stata riscontrata invece una caratteristica peculiare: la presenza intorno al foro superiore di una serie di forellini più piccoli. Ciò lascia supporre che il foro centrale potesse essere chiuso dopo l’immissione del liquido e che la nutrice, agendo sulla occlusione dei fori laterali con i suoi polpastrelli potesse in un certo modo regolare il flusso.
Con il passare dei secoli la situazione non è molto cambiata. In epoca medioevale si è fatto con frequenza ricorso al corno di bue, il cui apice permetteva di ottenere una fuoriuscita lenta del latte; anche i vasi di vetro o di terracotta hanno continuato ad essere presenti con le uniche variazioni che riguardavano l’estetica, la presenza quindi di fregi o disegni.
Un altro problema è stato quello di rendere più facile per il neonato il tenere in bocca la punta di questo capezzolo artificiale; allo scopo si è fatto ricorso a varie applicazioni, dalla pergamena alla stoffa poste intorno al beccuccio, fino a porre all’apice del poppatoio un pezzo di spugna che pescasse nella bottiglia in epoca sette-ottocentesca.
Con l’avvento del caucciù e della vulcanizzazione sono cambiati i materiali utilizzati per coprire il foro di uscita mentre la scoperta delle materie plastiche ha influito sulla costruzione dei contenitori;
nulla però è cambiato a livello di meccanismo di funzionamento. Solo gli ultimi anni stanno portando ad una vivacizzazione degli studi sui meccanismi della suzione e sulla ricerca di tettarelle che possano simulare al meglio la forma e la funzione del capezzolo materno.

Bibliografia
Bologa V.L. : Gutti romane din sticla .Bucarest,1960
Gourevitch D.: Biberons Romains, forms et noms. 1989
Huttmann A.: Gutti der Romerzeit etc. Bucarest,1970
Sanesi L. Mastrocinque : Filiaci e gutti a rilievo.1983
Tubbs F.: Romans infant feeling bottles.1947
Montinaro C., Ferrante A.: La storia del poppatoio. Grand’angolo di Edit-Symposia, 2000